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27-11-2019 L’ipocrisia di non poter chiamare “hamburger” quelli vegani tradisce la ricchezza della lingua

 

La lingua, si sa, è un sistema in evoluzione. Chi in epoca antica riceveva mensilmente una retribuzione di 30 chili di sale poteva ritenersi a buon ragione soddisfatto per il salario (si spera meritatamente) guadagnato; pensiamo poi agli addetti postali dell’era augustea: consegnando (tradendo) le missive, non avevano il minimo sospetto che stessero compiendo delazioni. Oggi, però, i “dottori” dell’industria lattiero-casearia e della carne si ribellano a questo eversivo mutamento; scandalizzati perché termini tradizionalmente utilizzati per denominare prodotti di origine animale vengono riproposti anche per la nomenclatura di cibi vegetali. Contriti per tale ingiustizia imbracciano i forconi e scendono a manifestare a difesa delle radici gastronomiche di manzo e bufale. Perché per loro, una polpetta macinata e pressata di verdure e legumi non può essere chiamata né “hamburger” né “burger”. E se non ci fosse da piangere (per la morte e la sofferenza di milioni di animali) ci sarebbe dal morire dalle risate. Sì, perché coloro che oggi arringano le folle rivendicando la necessità di un purismo linguistico, in passato hanno attinto dal vocabolario dei più svariati settori per cercare di vendere i propri prodotti. Cosa dovrebbe dire la Santa Sede per l’appropriazione indebita del termine cappello del prete per definire un taglio di carne? E non si dovrebbe forse adirare anche il Comitato Sportivo Internazionale per l’utilizzo del termine coppa per chiamare un insaccato? E quale protesta dovrebbero attuare gli imprenditori della frutta secca per censurare la parola noce in riferimento al povero vitello? Di questi esempi se ne potrebbero fare un’infinità, ma noi per buona educazione preferiamo non esagerare. Concludiamo con un inno glorificatore dell’italiano; i mutamenti della nostra lingua sono, difatti, orchestrati da una struttura tanto rigorosa quanto formidabile. Nel casus belli è la figura retorica della similitudine a svolgere un ruolo da protagonista! Svuotando il contenuto originale di un prodotto derivato dal dolore e dalla morte di altre specie, si serve della sua forma e del suo colore per definire un nuovo cibo cruelty free. [Andrea Falconi]